La rivoluzione calcistica islandese è partita da un piano nazionale di nuovi campetti
Un'isola grande come un medio comune italiano ha costruito una Nazionale di calcio competitiva nel giro di pochi anni. Come? Con un piano nazionale di strutture pubbliche, politiche accessibili e monitoraggio dei talenti.
Alessandro Cappelli

- I Paesi che hanno usato il modello islandese di prevenzione del consumo di sostanze tra i giovani Youth in Iceland.
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- Il consumo di sigarette tra i giovani alla fine del programma, partendo dal 23 per cento del 1998.
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- I campi da calcio al chiuso diffusi in tutto il paese, strutture pubbliche in cui si può praticare lo sport tutto l'anno, anche durante l'inverno.
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- A Euro 2016 andarono 27mila tifosi islandesi, l'8 per cento dell'intera popolazione.
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Dieci anni fa, agli Europei di calcio, l'Islanda eliminava l'Inghilterra e raggiungeva i quarti di finale. Due anni dopo sarebbe arrivata la prima qualificazione ai Mondiali. Per un Paese di poco più di trecentomila abitanti – allora, oggi sono quattrocentomila – sembrava un'anomalia o una strana combinazione di eventi. Invece, dietro quella che sembrava una generazione irripetibile c'era un progetto iniziato molti anni prima, e non riguardava solo il calcio.
Youth in Iceland
Negli anni Novanta tra gli adolescenti islandesi stava crescendo il consumo di alcol e tabacco e, più in generale, il tempo trascorso senza attività strutturate fuori dall'orario scolastico. Da questa preoccupazione sociale nacque una delle più importanti politiche pubbliche mai realizzate nel Paese: "Youth in Iceland", un programma che combinava le attività extrascolastiche con il coinvolgimento diretto delle famiglie. Si pensò: se si vogliono offrire ai ragazzi alternative concrete, queste alternative devono esistere davvero. Servivano cioè luoghi dove stare, nuove strutture, ma anche attività da praticare e persone in grado di seguire i giovani in percorsi di formazione.
Il calcio è stato uno degli effetti più visibili. Nella capitale Reykjavík sono nati alcuni dei centri sportivi più avanzati del Paese. Il complesso di Breiðablik, a pochi minuti dal centro, è uno dei simboli di questa trasformazione. Ogni giorno centinaia di ragazzi affollano campi e palestre. Da qui sono passati diversi protagonisti della nazionale che ha giocato Europei e Mondiali.
Uno degli aspetti più interessanti del modello islandese è che non si è concentrato solo in una città. Negli ultimi vent'anni sono stati costruiti campi indoor ovunque. Un piccolo campo da calcio accanto a ogni scuola, più o meno. Lo scrittore italiano Leonardo Piccione, autore di reportage narrativi e sportivi, vive in Islanda da diversi anni e in una conversazione telefonica mi racconta il caso di Húsavík, una cittadina di meno di tremila abitanti in cui ha vissuto. Anche qui è possibile allenarsi durante l'inverno grazie a campi riscaldati dall'energia geotermica – è una caratteristica che ritorna spesso in Islanda, perché il clima rende difficile praticare sport all'aperto per gran parte dell'anno e molti impianti vengono riscaldati con tecnologie molto sostenibili.
Uno degli aspetti più interessanti del modello islandese è che non si è concentrato solo in una città. Negli ultimi vent'anni sono stati costruiti campi indoor ovunque.
Le strutture, però, raccontano soltanto una parte della storia. A volte dimentichiamo che anche le grandi trasformazioni delle aree urbane o periferiche sono storie di persone, quindi costruite su elementi intangibili, non misurabili. «Il progresso sportivo me lo sono spiegato col fatto che i programmi messi a disposizione della comunità si sono affiancati a una predisposizione che esisteva già: quella degli islandesi a fare squadra», dice Leonardo Piccione.
In un Paese di appena quattrocentomila abitanti non ci si può permettere di lasciar sfiorire il talento senza dargli almeno un'opportunità. Per questo il sistema islandese ha privilegiato la partecipazione rispetto alla competizione. I ragazzi crescono nelle società sportive del proprio quartiere, spesso insieme ai compagni di scuola. Gli allenatori sono sempre professionisti qualificati. Le quote rimangono accessibili. Nessuno pensa di trovare la gemma del calcio futuro tra i ragazzini di dieci anni, si pensa prima di tutto a garantire al maggior numero possibile di giovani una continuità sportiva.
Poi ci sono i vantaggi geografici, anche se non si direbbe. Federazioni, club e allenatori riescono a monitorare il territorio con una facilità che sarebbe impensabile in Paesi molto più grandi. Così si ribalta la prospettiva: essere pochi in un territorio ristretto diventa un vantaggio, è difficile che un talento passi inosservato. Almeno negli sport di squadra – perché in quelli individuali i risultati dicono altro. «In ogni villaggio islandese c'è una piscina, eppure l'Islanda non ha mai costruito una tradizione internazionale nel nuoto paragonabile a quella che ha sviluppato nel calcio o nella pallamano», dice Piccione, in riferimento a quella predisposizione culturale degli islandesi. «Parliamo di persone che sanno essere molto indipendenti, che vivono spesso lontani gli uni dagli altri, ma quando arriva il momento di collaborare sanno farlo. È una cosa che appartiene alla loro storia».
La cooperazione è una questione di sopravvivenza
L'Islanda è una società costruita in condizioni difficili. Per secoli la cooperazione è stata una necessità o addirittura una questione di sopravvivenza. Il successo negli sport di squadra nasce anche da qui, da un passato lontano che attribuisce un valore particolare all'azione collettiva. Ancora adesso, per quest'isola lontana dai principali centri economici e politici europei, le grandi competizioni internazionali rappresentano una delle poche occasioni per comparire sullo stesso palcoscenico delle grandi potenze. Ma è una forma di nazionalismo molto diversa da quella a cui ci siamo abituati negli ultimi quindici anni in Occidente. Non c'entra la destra conservatrice né la paura dell'altro. È solo una dimensione identitaria. Forse anche per questo le nazionali occupano un posto speciale nell'immaginario del Paese. «Gli islandesi sanno di essere piccoli e periferici», dice Piccione. «Quando giocano gli Europei, o anche quando partecipano all'Eurovision, stanno dicendo una cosa molto semplice: ci siamo anche noi».
L'unione di investimenti pubblici, geografia, storia e fattori socioculturali rendono il modello islandese difficilmente replicabile altrove in scala 1:1. Eppure, forse, c'è una lezione da imparare. Guardando indietro alla fine del secolo scorso, l'Islanda ha deciso di costruire i suoi programmi giovanili non per arrivare alla vittoria contro l'Inghilterra agli Europei o alla qualificazione ai Mondiali. Si stava cercando di costruire comunità più forti e offrire ai ragazzi più opportunità. L'Islanda non ha costruito una nazionale vincente in senso assoluto, ma ha costruito le condizioni perché migliaia di ragazzi potessero crescere insieme. Il resto è arrivato dopo.



