Il Giappone sta per decidere una vice-capitale, e molte città sono molto interessate

Il Giappone prende sul serio uno scenario da film catastrofico: una calamità che paralizzi Tokyo. La competizione tra tredici città per diventare seconda capitale ha assunto i contorni di una corsa all’oro.

Tokyo di notte vista dall'alto, una distesa di edifici illuminati attraversata da un fiume con due ponti

Dopo 158 anni da capitale unica del Giappone, per Tokyo potrebbe essere arrivato il momento di trovare una riserva. Il governo ha approvato una legge per creare una seconda capitale, capace di ospitare le funzioni governative qualora Tokyo fosse colpita da una calamità naturale o di altro tipo. La prospettiva di ingenti finanziamenti, semplificazioni burocratiche e una forte spinta al turismo ha portato tredici prefetture a candidarsi; una bozza dei criteri per la scelta della vice-capitale ne ha lasciate quattro in corsa: Hokkaido, Aichi, Osaka e Fukuoka.

I criteri sono sia urbanistici ed economici – la prefettura deve avere una città di almeno 500 mila abitanti e produrre almeno il 2,1 per cento del PIL nazionale – sia geologici: una seconda capitale dovrebbe infatti potersi salvare facilmente dalla calamità eventuale che colpirebbe Tokyo. Per questo sono stati esclusi centri esposti a un’eventuale eruzione del monte Fuji o troppo vicini alla capitale per essere al sicuro da un megaterremoto nell’area. La prospettiva potrebbe sembrare eccessivamente apocalittica, ma il Giappone, trovandosi sulla fascia sismica chiamata Cintura di Fuoco del Pacifico, è particolarmente esposto a terremoti, tifoni e inondazioni. Il terremoto del 2011, di magnitudo 9.1, e il successivo tsunami, che causarono oltre 19 mila vittime e un disastro nucleare, hanno reso evidente la potenziale vulnerabilità della capitale, situata a meno di 400 chilometri dall’epicentro. Il Giappone ha inoltre già un precedente di doppia capitale: dal 1603 al 1868 Edo, poi diventata Tokyo, era il centro politico e amministrativo, dove governava lo shogun, mentre Kyoto, sede dell’imperatore, era la capitale culturale e spirituale.

Prima della definizione di criteri più stringenti, l’annuncio della ricerca di una seconda capitale aveva scatenato una certa frenesia. Per Masashi Kawai, del think tank Tokyo Foundation, la competizione aveva l’atmosfera di un grande festival, con una «mentalità da “non possiamo perderci la corsa all’oro”». Diversi sindaci hanno manifestato il proprio interesse con vistose conferenze stampa; persino la tranquilla regione montuosa di Gunma, con meno di due milioni di abitanti, si è candidata. Sapporo, capoluogo dell’Hokkaido, ha sottolineato la distanza dalle aree più sismicamente attive del Giappone meridionale e istituito gruppi di lavoro per sostenere la candidatura. Osaka, invece, ha creato una mascotte: un gatto chiamato Nyaniwa Fukumaru, traducibile all’incirca come «Miao Fortunello di Osaka».

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