Con le "superilles", Barcellona ha trasformato i quartieri in micro-villaggi a misura di cittadino
Si può trasformare la vivibilità senza abbattere né costruire: Salvador Rueda, 40 anni fa, ha diviso la città in blocchi di 40 metri per 40, disegnando funzioni e usi diversi per le strade. Dando nuova vita al commercio locale e allo spazio pubblico.
Manuel Orazi

- La riduzione del traffico locale dopo l'introduzione delle superilles, e 33 per cento la riduzione dell'inquinamento.
- 80%
- La percentuale di spazio pubblico liberata con l'introduzione delle supermanzanas.
- 70%
- I chilometri totali di ciclabili con Ada Colau sindaca. Erano 120 all'inizio del mandato.
- 241 km
- Il numero di supermanzanas che la città promette di inaugurare alla fine del suo piano di trasformazione.
- 503

Se tutti conoscono Barcellona per la Sagrada Familia e le altre opere dell'architetto Antonio Gaudí (Park e Palau Güell, Casa Milà, Casa Batlló, ecc.), meno popolare è il nome di Ildefons Cerdà che pure è una figura fondamentale del glorioso modernismo catalano. Cerdà infatti è l'ideatore, fra l'altro, del piano di riforma e ampliamento di Barcellona approvato nel 1858 che di fatto è l'atto fondativo di una scienza nuova e appunto moderna, l'urbanistica, frutto dell'incrocio disciplinare di ingegneria, economia e statistica. Il suo trattato Teoría general de la urbanización (1867) inventò o quantomeno codificò i termini con i quali ancora ci esprimiamo in materia, ed è esattamente a lui che si rifà direttamente Salvador Rueda, che ha passato la sua vita lavorando prima per la Generalitat de Catalunya e poi per il comune di Barcellona nell'Agència d'Ecologia Urbana.
La rivoluzione parte dagli isolati
Circa quarant'anni fa, si è ispirato a un'intuizione del grande architetto e urbanista Oriol Bohigas sulla necessaria evoluzione interpretativa in superblocchi da 400 x 400 metri (in catalano Superilles o in spagnolo Supermanzanas) dai blocchi originali da 40x40 m disegnati da Cerdà: questi possono essere infatti un modello concettuale per cambiare tutto senza cambiare niente nel senso che, attraverso un semplice ridisegno della rete veicolare, avrebbero potuto liberare lo spazio pubblico dal dominio delle auto, restituendolo ai pedoni e alla socialità. La rete ortogonale di Barcellona fa sì che ci siano innumerevoli incroci: già prima del cambio la velocità media cittadina era di 21 km all'ora, per cui si capisce come il limite dei 30 km/h possa non essere una follia. Inoltre i veicoli pesanti, i mezzi pubblici e il traffico di passaggio sono stati dirottati in tal modo esclusivamente sulle strade esterne (il perimetro del superblocco) lasciando spazio ai pedoni, alle biciclette e in generale all'uso dello spazio della carreggiata per aree verdi o per gli esercizi economici, con una diminuzione solo del 13% di traffico veicolare generale. Insomma, la rinuncia è stata piccola; i risultati di vivibilità ottimi.
La rete ortogonale di Barcellona fa sì che ci siano innumerevoli incroci: già prima del cambio la velocità media cittadina era di 21 km all'ora, per cui si capisce come il limite dei 30 km/h possa non essere una follia.
È dalla fine degli anni '80 che Rueda scrive e lavora per ridurre il traffico automobilistico recuperando il terreno urbano dove meno te lo aspetti, ovvero dalle strade stesse. Nel suo italiano fluente, Rueda ha recentemente spiegato come «i superisolati sono stati il modello concettuale per cambiare tutto senza cambiare niente. Oggi infatti la massima aspirazione nelle scuole di urbanistica è quella di pedonalizzare una certa area per diminuire smog, rumore, isole di calore e anche pericoli di incidenti. Ma così si considera solo il pedone come un mezzo di trasporto qualsiasi come se fosse un'auto o una bici, mentre il pedone è qualcosa di più, ovvero un cittadino. Perciò dobbiamo cambiare questa idea, perché una città esiste solo quando c'è uno spazio pubblico. Per troppo tempo abbiamo avuto l'automobile all'interno della nostra testa, rinunciando a enormi aree già disponibili e degradate dal traffico».
Ogni mezzo di locomozione è una forma di urbanizzazione
Torna alla mente il motto di Cerdà secondo il quale ogni mezzo di locomozione genera una forma di urbanizzazione, ergo anche il pedone. Secondo Rueda «urbanizzazione fa rima con astrazione, mentre la città è qualcosa di più. La liberazione dello spazio pubblico aumenta gli usi e i diritti fruibili dai cittadini in questi luoghi. Il diritto allo spostamento, attualmente l'unico o almeno quello preponderante, lascia spazio ad altri diritti: lo scambio, l'ozio, la cultura e l'espressione politica. È proprio questa opportunità di esercitare tutti i diritti nello spazio pubblico, la casa comune, a renderci cittadini. Oggi il modello della mobilità restringe i diritti e la massima aspirazione è l'essere pedoni. Attraverso l'allargamento degli usi e dei diritti le strade si convertono in piazze (le celebri carrer, ndr) e con l'introduzione delle supermanzanas il 70% dello spazio pubblico viene liberato, trasformandoci in cittadini».
Certo, Barcellona ha una struttura ortogonale pianeggiante – oltre a una lunga tradizione democratica – che in Italia poche città hanno, forse solo Torino, almeno in parte. Tuttavia anche altre città italiane sono costituite da parti più piccole come i quartieri o i rioni, e un superblocco ha più o meno la dimensione di circa seimila abitanti, che è la dimensione di un piccolo paese, quindi molto più governabile di una metropoli. Negli anni '60 e '70 altri urbanisti come il franco-ungherese Yona Friedman avevano rilanciato l'idea dei villaggi urbani: di quelle parti di città che in tempo di guerra o di crisi, quando cioè i governi centrali si rivelano impotenti e incapaci di agire, subentravano organizzandosi per sopravvivere. In tal senso i villaggi urbani erano un'utopia realizzabile.
Oggi non ci sono solo i pericoli del riscaldamento globale che lascia soli i più fragili economicamente e socialmente, ma anche altri. Dice Rueda: «L'uso massivo di internet e dell'Intelligenza Artificiale ha condotto alla nascita di piattaforme digitali a scala globale: Airbnb, Uber, Amazon, e così via, e provocherà la moltiplicazione esponenziale dei robot, a cominciare dalle automobili autonome. Tutto ciò sta producendo un impatto urbano che si traduce in processi di gentrificazione, di riduzione delle attività commerciali tradizionali, di incremento dei veicoli in circolazione. Le formule urbanistiche per un mix sociale, culturale, economico sono necessarie alla definizione della coesione sociale di un luogo. In questo campo, dove non è in grado di arrivare il mercato, è essenziale la presenza dello Stato. Tutti hanno il diritto ad avere un'abitazione dignitosa e ad accedere ai servizi di prossimità che garantiscono l'abitabilità urbana. La distribuzione dei servizi collettivi di base trova nelle supermanzanas il quadro territoriale più adeguato». In altre parole, i superblocchi sono le utopie realizzabili del XXI secolo.



