La città di tutti è quella che mette al centro le persone e i loro legami. Intervista a Elena Granata

Con il libro La città è di tutti la docente del Politecnico racconta la possibilità di uno spazio urbano libero dalla performatività: per le persone, per i bambini, per la sosta, per lo sport e la natura.

Serena Scarpello

Milano
Le abitazioni vuote in città (il 20% delle compravendite annuali non vengono usate).
90.000
La percentuale del reddito per pagare l'affitto (la media italiana è del 35%).
76%
Gli under 18 residenti a Milano (sono 313mila gli over 65).
204.000
Le famiglie composte da una sola persona residenti in città.
57,5%
Milano
Gli ultimi 20 anni sono stati attraversati da eventi che hanno trasformato per sempre il modo in cui pensiamo le città: la crisi finanziaria del 2008, la pandemia del 2020, le guerre più recenti. Hanno acceso il faro su tematiche – le differenze economiche, la crisi climatica, l'intelligenza artificiale – che, oggi, ci accompagnano costantemente quando pensiamo alle città che vivremo, e a come possiamo migliorare quelle in cui già viviamo. Il dibattito non è mai stato tanto vivo come oggi e Elena Granata, autrice di La città è di tutti (Einaudi Stile Libero) ne è una delle principali portavoce.

Il dibattito sull’abitare ha avuto inizio qualche anno fa, nel momento in cui ci siamo ritrovati tutti a fare i conti con un nuovo modello dettato da un evento storico come la pandemia. Siamo stati costretti a ripensare le nostre case e le nostre stesse città. Oggi lo stesso dibattito si è evoluto e rimette al centro il ruolo delle città spesso considerate sempre meno vivibili. Cosa significa per te vivere in una città come Milano?

Milano è una città straordinaria, che amo profondamente, e insieme una città ferita. Continua ad attrarre energie, intelligenze, desideri. Ma sempre più spesso non riesce a trattenerli: li espelle. Sono i giovani, i neolaureati, le famiglie con bambini; ma anche le forme di vita urbana più vivaci, popolari, quotidiane, progressivamente sostituite da grandi attori immobiliari e da logiche estrattive. La città misura il proprio successo su indicatori economici – investimenti, turismo, grandi eventi, crescita immobiliare – dimenticando la domanda decisiva: per chi è questa città? Mi colpisce, e spesso mi fa arrabbiare, la trasformazione dello spazio urbano in una somma di oggetti architettonici senza anima, senza gioia, senza immaginazione. A Milano si costruisce fuori scala, in altezza, in densità, in eccesso, troppo, come se l'unico criterio fosse la massimizzazione del profitto, non la qualità dello spazio pubblico. Anche le nuove piazze, da San Babila a Cairoli fino a piazza Castello, hanno perso la loro natura di piazza: non sono più luoghi di relazione, ma superfici residuali. Milano è diventata una città europea per l'intensità dei capitali che la attraversano, ma non ancora per la qualità del suo progetto urbano. Le grandi città europee – Parigi, Copenaghen, Zurigo, Barcellona – si riconoscono per un'idea di futuro condiviso, non solo per la crescita. L'ultimo vero orizzonte visionario è stato il progetto di riapertura dei Navigli. Un'idea che altrove sarebbe già realtà da tempo. Recuperare il rapporto con l'acqua, ritessere il sistema idrico come infrastruttura ecologica e sociale, restituire alla città una dimensione balneabile e climatica. Da Utrecht a Rotterdam, fino ad alcune città coreane, l'acqua è tornata a essere una matrice di salute urbana e di coesione. Milano, su questo punto, è ancora in ritardo.

Negli ultimi anni ci siamo concentrati molto, giustamente, sulle differenze, sulle identità, sulle specificità. Ma il rischio è dimenticare ciò che ci tiene insieme. Una città davvero di tutti è una città che parte dalla comune condizione umana che ci lega gli uni agli altri.

Il tuo ultimo libro si intitola La città è di tutti. Chi sono questi tutti?

Dire che la città è di tutti, o che il mare è di tutti, o che la natura è di tutti, dovrebbe sembrare un'ovvietà. Eppure, proprio dentro questa apparente banalità si nasconde una delle questioni più urgenti del nostro tempo: chi può davvero abitare la città, esercitarne i diritti, partecipare al suo destino? Quelle due parole – città e tutti – non sono più così immediate come sembrano. Oggi, per una parte crescente della popolazione, la città non è più un luogo accessibile, condiviso, ospitale. Quartieri economicamente proibitivi, spiagge privatizzate, cortili chiusi, spazi pubblici trasformati in vetrine commerciali: l'idea stessa di universalità si sta sgretolando. Esistono barriere sempre più pervasive, economiche, sociali, culturali, persino simboliche, che restringono l'accesso a ciò che dovrebbe appartenere a chiunque. E allora dire tutti non significa affermare che ciascuno possa fare ciò che vuole. Significa qualcosa di molto più radicale. Non è soltanto una questione di equità o di distribuzione delle opportunità. Significa riconoscere ciò che accomuna profondamente ogni essere umano e costruire città capaci di custodire questa dimensione condivisa dell'esistenza. Abbiamo tutti bisogni fondamentali che ci rendono uguali prima ancora che diversi: siamo stati bambini, conosciamo la fragilità, attraversiamo la malattia, sappiamo che la vita ha un limite. Abbiamo bisogno di cura, di relazioni, di sicurezza, di bellezza, di natura, di luoghi che nutrano il corpo e l'immaginazione. Negli ultimi anni ci siamo concentrati molto, giustamente, sulle differenze, sulle identità, sulle specificità. Ma il rischio è dimenticare ciò che ci tiene insieme. Una città davvero di tutti è una città che parte dalla comune condizione umana che ci lega gli uni agli altri.

Se ti chiedessi tre proposte concrete per sviluppare la nostra confidenza con lo spazio pubblico delle città, magari prese dall’estero, cosa proporresti?

Primo: Più spazio alla natura. Per troppo tempo abbiamo progettato città pensando che il suolo fosse una superficie da occupare, impermeabilizzare, sfruttare fino all'ultimo centimetro disponibile. Oggi la vera rivoluzione urbana è fare il contrario: depavimentare, liberare terra, piantare alberi, restituire spazio all'acqua. Abbiamo bisogno di città più permeabili, capaci di assorbire il calore, trattenere la pioggia, generare ombra, respirare. Giardini inondabili, suoli liberi, corridoi verdi, spazi freschi e accessibili non sono elementi decorativi: sono la nuova infrastruttura pubblica indispensabile per abitare il tempo del cambiamento climatico. Il futuro delle città dipenderà meno da ciò che costruiremo e molto di più da ciò che avremo il coraggio di lasciare libero. Secondo: Meno spreco di spazio. Le nostre città sono piene di luoghi sottoutilizzati, spesso inutilizzati, quasi sempre mal gestiti. Ed è uno spreco enorme. Non solo di metri quadrati, ma di immaginazione collettiva. Musei civici deserti, biblioteche aperte poche ore, piscine comunali attive tre mesi l'anno, scuole che si svuotano nel primo pomeriggio. Prima di costruire nuovo dovremmo imparare a moltiplicare la vita di ciò che già esiste. Il problema delle città non è la mancanza di spazio: è il sottoutilizzo dello spazio esistente. Terzo: Più valore al terzo tempo Le città contemporanee hanno sacrificato tutto alla performance, alla velocità, all'efficienza. Ma una città sana ha bisogno anche del tempo lento, del tempo gratuito, del tempo senza obiettivi. Dobbiamo tornare a progettare il "terzo tempo": giornate senza automobili, serate dedicate alle biciclette, una diversa regolazione della logistica urbana, spazi per stare senza dover fare nulla. Tutte le grandi civiltà hanno costruito luoghi terzi, dalle terme romane agli hammam, dai pub di quartiere ai caffè letterari, ai bagni giapponesi che conquistano tanti turisti. Luoghi del corpo, della conversazione, della cura reciproca.

Per troppo tempo abbiamo progettato città pensando che il suolo fosse una superficie da occupare, impermeabilizzare, sfruttare fino all'ultimo centimetro disponibile. Oggi la vera rivoluzione urbana è fare il contrario: depavimentare, liberare terra, piantare alberi, restituire spazio all'acqua.

Parli della scomparsa dei bambini dalla scena pubblica. Come rimediare?

Intendi quelle presenze aliene che oggi attraversano la città come comparse: chiusi in passeggini sempre più protettivi, schermati da ogni contatto con l'esterno, oppure visibili solo negli interstizi della giornata urbana – entrate e uscite di scuola – prima di essere nuovamente assorbiti da spazi specializzati, corsi, palestre, attività organizzate? I bambini sono tra i grandi assenti della scena pubblica contemporanea. E non sempre sono semplicemente invisibili: spesso sono esplicitamente esclusi. Lo dicono senza ambiguità molti esercizi commerciali e spazi urbani: child-free, minori non ammessi. Segni di una città che, progressivamente, ha smesso di considerarli parte legittima dello spazio comune. Più li confiniamo in ambienti separati (ludoteche, piscine, parchi gioco recintati) più la città perde vitalità e si impoverisce della sua convivialità. La loro assenza non è neutra. Nel tempo modifica anche noi, riduce la soglia di tolleranza, attenua la capacità di cura, trasforma la vitalità in disturbo. Le voci diventano rumore, il movimento diventa intralcio, la presenza diventa problema. Per questo non basta "includere i bambini", dedicando loro qualche parchetto spelacchiato, ma occorre ripensare la città a partire da loro. Nel mio libro propongo di assumere come orizzonte politico i primi 5000 giorni di vita, cioè l'intero arco che va dalla nascita alla prima adolescenza. È in questo tempo che si forma non solo l'individuo, ma il cittadino: la sua capacità relazionale, la sua autonomia, il suo modo di stare nello spazio comune. Mettere i bambini al centro significa agire su tre livelli: progettare ambienti che non siano solo funzionali, ma anche esplorabili, aperti, capaci di stimolare curiosità e relazione; adattare i ritmi urbani ai loro tempi biologici e cognitivi, e non il contrario. Ripensare orari scolastici, mobilità, accessibilità, riducendo la dipendenza dall'adulto e dal traffico motorizzato; restituire ai bambini la possibilità di imparare attraverso l'esplorazione diretta del mondo. Non solo attività guidate, ma incontri con la realtà urbana, con i suoi spazi, i suoi mestieri, le sue forme di vita quotidiana.

Le grandi città ci fanno correre, ma si può davvero rallentare?

La città ci mette fretta. Ci accelera. Ci sottrae respiro. È il filosofo Byung-Chul Han a descrivere con precisione questo stato: non è il tempo a essere cambiato in sé, è il nostro modo di abitarlo. Viviamo senza interruzioni, senza pause, senza intervalli. Un tempo continuo, saturo, in cui mancano i "tra": le soste, le attese, le pause, le interruzioni che rendono il tempo umano. Le grandi città non si limitano a farci correre, ci insegnano a farlo. E non è una metafora. Il passo cambia, lo sguardo si contrae, il ritmo si uniforma a quello degli altri. E così, per semplice adattamento, finiamo per accelerare. Più la città è ricca e competitiva, più il tempo diventa una risorsa scarsa: "tempo è denaro" non è uno slogan, è una condizione urbana. La questione decisiva oggi non è solo climatica o abitativa. È una crisi del tempo, delle energie umane. Le città contemporanee sono macchine di accelerazione continua, produzione, consumo, mobilità, prestazione. Ma la vita umana non regge la logica della velocità permanente. Rallentare è una forma di civiltà. Molto dipende da come una città è organizzata, da quante aree di natura ha, dalla piacevolezza delle strade da fare a piedi, dalla qualità dei mezzi pubblici. Il vero lusso contemporaneo è la riconquista del tempo. Ma se la città allontana i giovani e i lavoratori a basso e medio reddito, li costringe a vite pendolari, a cercare casa lontano da dove lavorano, allora certo la fretta diventa l'unica forma di vita e la città dei 15 minuti, che tanto piace a tutti, una retorica senza significato.

In un momento storico in cui ci si incontra sempre meno e in cui i luoghi di lavoro sono luoghi diffusi – tu stessa parli di «città affollate di persone sole» – come rimettere al centro l’importanza delle relazioni?

Le città vivono un paradosso radicale: mai così dense di persone, mai così povere di relazioni. Abbiamo costruito ambienti efficienti, ma incapaci di generare appartenenza. Per anni abbiamo creduto che l'individualismo fosse una forma di libertà. Oggi ne vediamo il rovescio: solitudine diffusa, isolamento, indebolimento della fiducia reciproca. Invertire questa traiettoria significa riprogettare lo spazio urbano a partire dalle relazioni. Servono quelli che Franco Cassano chiamava "spazi di approssimazione": luoghi in cui si può stare vicini senza essere invasi, condividere senza essere esposti, incontrarsi senza mediazioni né consumo. Biblioteche di quartiere, piazze accoglienti, scuole aperte oltre l'orario, case di comunità, panchine all'ombra, spazi pubblici gratuiti e non finalizzati. Ma anche infrastrutture più ambiziose: fiumi urbani restituiti alla balneabilità, spiagge libere, paesaggi accessibili. Non aggiunte scenografiche, ma dispositivi quotidiani di convivenza. La città del futuro non si misurerà sulla qualità delle sue architetture iconiche, ma sulla densità delle sue relazioni. Non su ciò che mostra, ma su ciò che riesce a far accadere tra le persone. E in fondo bastano tre ingredienti fondamentali ben integrati tra loro: datemi una panchina, un albero e un lampione e vi cambierò il mondo (sotto casa).

Credi che la nostra conoscenza del territorio italiano sia sufficiente per poter davvero fare autoanalisi di come si può abitare meglio uno spazio?

Sto riflettendo su un dato sempre più evidente: i giovani italiani si muovono con facilità nello spazio europeo delle città globali, ma molto meno nello spazio interno del Paese. Viaggiano tra metropoli internazionali, ma attraversano raramente l'Italia reale, quella delle città intermedie, delle aree interne, dei piccoli comuni. Troppo cara, troppo esclusiva. Il risultato è un Paese che non si conosce viaggiando. Un'Italia che non si attraversa, non si incontra, non si racconta. E quando un Paese non si incontra, fatica persino a immaginarsi come comunità. L'Italia avrebbe bisogno di un vero Erasmus nazionale: un grande programma di scambi tra liceali e giovani, capace di mettere in relazione metropoli e aree interne, Nord e Sud, città e montagne, coste e Appennini. Prima ancora dell'Erasmus europeo, dovremmo imparare di nuovo il Paese in cui viviamo. Perché non si appartiene a ciò che non si è mai attraversato. E non si ama ciò che non si conosce. La coesione territoriale non nasce da retoriche identitarie né da decreti amministrativi. Nasce dall'esperienza concreta dell'incontro. Abbiamo perso una relazione sensibile con i territori. E continuiamo a progettarli come se fossero equivalenti, applicando modelli standard a realtà profondamente diverse. Ma ogni luogo possiede una sua intelligenza, un clima, una memoria, una storia, una geografia che dovrebbero orientare ogni scelta trasformativa. Recuperare questa consapevolezza significa imparare a leggere i luoghi prima di trasformarli. Molti errori urbanistici nascono dall'idea che lo spazio sia neutro e replicabile ovunque.

La questione decisiva oggi non è solo climatica o abitativa. È una crisi del tempo, delle energie umane. Le città contemporanee sono macchine di accelerazione continua, produzione, consumo, mobilità, prestazione. Ma la vita umana non regge la logica della velocità permanente.

Siamo appena entrati nella stagione estiva, quella del mare per tanti italiani. Tu lo definisci, il mare, «bello ma inaccessibile, vicino ma separato, vivo soltanto nella stagione giusta, per le persone giuste». È davvero lo specchio della nostra condizione urbana?

L'Italia è circondata da una vera e propria piscina pubblica di acqua salata, a sfioro diremmo oggi, la più strategica del Paese, che avvolge la penisola per oltre settemila chilometri. Un'immensa distesa d'acqua che, idealmente, dovrebbe essere di tutti, ma che purtroppo non è accessibile come dovrebbe, a motivo delle infinite barriere, recinzioni, spiagge private, infrastrutture che ne limitano l'uso, trasformando, anche in questo caso, un diritto naturale in privilegio. Ma prima che una questione di accessibilità registro un problema culturale legato alla nostra immaginazione collettiva. Dobbiamo recuperare il rapporto con il mare, il nostro legame con il nostro grande mare, il Mediterraneo, con la sua immensa cultura, di porti e di relazioni. Abbiamo sostituito il tempo circolare del mare con quello lineare della produttività; la cultura dell'incontro con la logica della barriera; la comunità con la competizione. Il mare, che un tempo era luogo di transito e ospitalità, è oggi il confine delle nostre paure e delle nostre rendite. Il mare italiano è lo specchio della nostra condizione urbana. Recuperare il mare come spazio di vita e di senso significa ripensare la cittadinanza, tornare a vedere nella costa un bene collettivo, non un privilegio. Significa integrare un approccio ecologico, considerare l'innalzamento dei mari, il ripensamento dell'accesso come bene pubblico e un'economia della fruizione turistica che trovi nuovi tempi e modi. Un mare di lavoro ci attende!

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