Cape Town sta cercando un difficile equilibrio tra rinascita artistica e gentrificazione
La città sudafricana è l'indiscussa capitale dell'arte contemporanea del continente: negli ultimi dieci anni stanno nascendo musei, gallerie, fondazioni e piattaforme. Eppure, rimane una città profondamente fratturata.
Luca Avigo

- Gli annunci Airbnb di Cape Town (più di Copenaghen, Lisbona, Los Angeles).
- 26mila
- La crescita dei prezzi immobiliari negli ultimi cinque anni.
- 31%
- Gli spazi artistici di Cape Town, tra gallerie e studi creativi.
- 75
- I visitatori dell'ultima Cape Town Art Fair; il mercato dell'arte contemporanea è cresciuto del 33 per cento.
- 30mila

Dopo essere stata World Design Capital nel 2014 e la prima UNESCO City of Design africana nel 2017, nel 2026 Cape Town è stata inserita da Time Out al quinto posto tra le migliori città al mondo per arte e cultura, subito dopo Londra, Parigi, New York e Berlino. Non è il primo riconoscimento internazionale ricevuto dalla città, ma recentemente sembra esserci stato uno slittamento: l'attenzione non si concentra più soltanto su Table Mountain, spiagge e winelands, ma su Cape Town come città culturale, creativa, contemporanea.
Da struttura coloniale a monumento culturale
Il simbolo più evidente è lo Zeitz MOCAA, inaugurato nel 2017 nel V&A Waterfront. Il museo occupa l'ex Grain Silo Complex, un enorme silo per il grano degli anni Venti, inutilizzato dal 1990, un tempo l'edificio più alto del Sudafrica. Heatherwick Studio lo ha trasformato in un museo dedicato all'arte contemporanea africana e della diaspora con 6.000 metri quadrati di spazio espositivo in 80 gallerie. Con la direzione di Koyo Kouoh, arrivata nel 2019 e scomparsa nel 2025 prima di vedere realizzata la Biennale di Venezia da lei curata, lo Zeitz MOCAA ha compiuto un salto ulteriore, diventando una piattaforma panafricana più autorevole, più radicale e più riconoscibile nel discorso internazionale sull'arte contemporanea. È una metafora perfetta: una struttura industriale per immagazzinare il grano, quindi legata anche alla storia commerciale e coloniale del porto, diventa un monumento culturale; una città portuale e segregata non movimenta più solo merci verso l'Occidente, ma immagini e narrazioni africane, attirando a sé il pubblico globale dell'arte.
Ma Cape Town non concede il lusso di leggere la cultura come neutrale. Lo Zeitz si trova nel Waterfront, uno degli spazi più visitati e redditizi della città, con Table Mountain sullo sfondo e un flusso turistico enorme. È una perfetta immagine di rigenerazione urbana, ma anche della sua ambiguità: chi è il benvenuto in questa nuova città, e chi resta fuori?
Intanto, intorno allo Zeitz, la scena si è consolidata. Ogni febbraio l'Investec Cape Town Art Fair, la più grande fiera internazionale d'arte del continente, attira collezionisti, curatori e gallerie da tutto il mondo. Accanto a istituzioni di arte contemporanea africana e della diaspora come la Norval Foundation – che ha accolto più di 35.000 studenti provenienti da comunità svantaggiate offrendo un'esperienza educativa completamente sponsorizzata – si è strutturato un sistema di gallerie sempre più visibile: Stevenson, Goodman, WHATIFTHEWORLD, blank projects, Southern Guild. Secondo Caroline Greyling, Museum Director della Norval Foundation, musei come Zeitz MOCAA e Norval hanno reso più accessibili «i musei d'arte e le mostre di livello internazionale», riportando in Sudafrica opere e artisti africani riconosciuti globalmente. Questi enti, mi spiega Greyling, cercano di «colmare il divario e di rendere l'ambiente museale parte della vita pubblica», anche «creando nuovi spazi fisici» per offrire a residenti e visitatori «nuove opportunità per confrontarsi in modo significativo con l'arte».
Questa infrastruttura, però, è recente. Federica Angelucci, partner di Stevenson, ricorda che quando la galleria fu fondata, nel 2003, il Sudafrica «non aveva quasi alcuna infrastruttura per l'arte contemporanea, e gli artisti che ne avevano bisogno venivano assorbiti dai mercati occidentali secondo termini stabiliti da altri». Stevenson, mi racconta, nacque anche «come una correzione, mettendo in relazione artisti basati in Sudafrica con conversazioni africane, diasporiche e internazionali più ampie».
In cerca di stabilità
Minna Dundas, fondatrice di The Uptick, piattaforma che illustra e promuove la scena creativa cittadina, descrive l'ecosistema artistico di Cape Town come «innegabilmente su una traiettoria ascendente». Eppure la crescita non basta a rendere il sistema stabile. Dundas racconta che «l'offerta di talentuosi artisti emergenti continua a superare la capacità del sistema di sostenerli tutti». Le tensioni, aggiunge, sono molto reali: «La crescente visibilità internazionale porta riconoscimento e sostegno finanziario di cui c'è grande bisogno, ma allo stesso tempo introduce valute straniere più forti che fanno aumentare gli affitti, spingendo gli artisti fuori dagli spazi studio e rendendo ancora più difficile da percorrere un percorso professionale già precario». Ma Dundas resta ottimista. Trasferitasi in città tre anni fa, dice di essere rimasta colpita «dall'enorme quantità e dalla straordinaria qualità del lavoro che i creativi di Cape Town continuano a produrre».
La crescente visibilità internazionale porta riconoscimento e sostegno finanziario di cui c'è grande bisogno, ma allo stesso tempo introduce valute straniere più forti che fanno aumentare gli affitti, spingendo gli artisti fuori dagli spazi studio e rendendo ancora più difficile da percorrere un percorso professionale già precario.
A riportare questa espansione culturale dentro la storia lunga della città è Jade Nair, curatrice delle Michaelis Galleries dell'Università di Cape Town. Nel cuore del centro storico, la Michaelis School of Fine Art forma artisti da oltre un secolo e ha contribuito a plasmare educazione artistica, ricerca e pratica curatoriale, con una pedagogia che, dopo le proteste del 2015, è sempre più esplicitamente decoloniale. Nair racconta che «le pratiche artistiche contemporanee locali sono più forti quando si confrontano con l'intersezione tra bellezza e violenza su cui la città si fonda»: disuguaglianze socio-economiche, eredità dello sfollamento, spazi pubblici contestati e la sensazione che Cape Town continui ad apparire «distintamente non africana».
Rimarginare con l'arte
Questa è la parte che il ranking non può raccontare. District Six, vicino al centro e al porto, fu una comunità vivace di schiavi liberati, mercanti, artigiani, lavoratori e immigrati. Nel 1966 venne dichiarato "area bianca" ai sensi del Group Areas Act; entro il 1982 più di 60.000 persone furono rimosse con la forza e trasferite nei Cape Flats, la vasta area periferica dove l'apartheid concentrò molte comunità nere e coloured, lontano dal centro, dal lavoro e dai servizi. Oggi il District Six Museum lavora sulla memoria di quella rimozione. A4 Arts Foundation, fondata nel 2017 proprio a District Six, porta avanti un lavoro su archivio, ricerca, residenza e programmi pubblici.
Ma Cape Town resta una città spazialmente fratturata. Il City Bowl concentra ricchezza, turismo, lavoro e servizi; i Cape Flats restano lontani dai luoghi dell'opportunità. La crisi abitativa recente ha reso questa frattura ancora più evidente: prezzi immobiliari aumentati del 31 per cento in cinque anni, oltre 26.000 annunci Airbnb in città, più di Copenhagen, Lisbona e Los Angeles, più di 400.000 persone in lista d'attesa per un alloggio sociale. In questo contesto, il professor Ivan Turok, studioso di economie urbano-regionali e segregazione spaziale in Sudafrica, definisce il crescente profilo internazionale e la visibilità culturale di Cape Town «un'arma a doppio taglio». Da un lato, mi spiega, «offrono opportunità per attrarre investimenti e spesa da parte dei visitatori, creando posti di lavoro e mezzi di sostentamento». Dall'altro, «fanno aumentare i prezzi degli immobili e il costo della vita, con conseguenze negative per molti residenti locali». Come succede ovunque, la creatività rende un luogo desiderabile, e la desiderabilità minaccia chi lo rende creativo.
È lo stesso rischio indicato da Angelucci di Stevenson: «Il riconoscimento internazionale non si traduce automaticamente in infrastrutture locali, finanziamenti pubblici o spazi studio accessibili e, anzi, ha alimentato una gentrificazione che ha rimodellato quartieri in cui un tempo gli artisti lavoravano». Per questo, dice, «la sfida è convertire la visibilità in qualcosa che sostenga davvero la comunità locale, affinché un ecosistema costruito sullo scambio non si calcifichi in una barriera».
Cape Town è rilevante, allora, proprio perché è ormai una città culturale riconosciuta ma tutt'altro che pacificata, capace di mostrare con chiarezza una domanda che altre città riescono ancora a ignorare: arte e cultura possono rendere una città più giusta, o rischiano di diventare il linguaggio più elegante della trasformazione immobiliare? In questo caso, le due cose convivono, sullo sfondo di un passato cupo e recente che non si è ancora rimarginato. Un ex silo diventa museo panafricano, un quartiere demolito diventa archivio vivente, una fiera porta gli artisti locali nel mondo, mentre gli stessi artisti faticano a restare nello spazio che contribuiscono a rendere desiderabile. Però, come ci dice Nair, «sono forse proprio queste tensioni e giustapposizioni a rendere la città perfettamente posizionata per produrre una scena culturale al tempo stesso stimolante e seducente».



